E’ estate, ho 12 anni, e mi sto arrampicando sul grande albero di fichi nell’ orto di mio zio Alberto. Arrampicarsi è facile, i rami sono solidi, conosco perfettamente tutti gli appigli, i nodi che sembrano bubboni grossi come palle da tennis - una volta lì c’era un rametto appena nato che è stato strappato per dare maggior forza all’ albero e adesso è perfetto per arrampicarsi. So dove mettere i piedi, neppure c’è bisogno che guardi in basso, questo albero lo conosco a memoria, potrei salirci a occhi chiusi. Una volta in cima mi spingo verso i rami più alti per mangiare la mia mezza dozzina giornaliera di fichi. Anche arrivare ai rami lontani non è difficile, basta tenere una mano sempre aggrappata a qualcosa di solido, ma anche una fronda sottile va bene, perché il legno di fico è molto flessibile e non si spezza. Perciò mangio i miei fichi, dolcissimi, appollaiato su un ramo secondario, gioco un po’ con le enormi formiche degli alberi, mi piace farmi pizzicare un pochino tanto è appena più che solletico, strofino sul tronco le mani appiccicose del latte dei fichi, e poi è l’ ora di scendere, guai se mia mamma mi sorprende qua sopra. Mia nonna non mi direbbe niente, sorriderebbe un poco, invece mamma mi sgriderebbe di sicuro, del resto lei è la mamma. Ecco, scendere è un po’ più complicato, perché o salto giù - ma l’ albero è alto e ho paura, sì l’ ho fatto altre volte ma ho comunque paura - oppure devo arrampicarmi a ritroso, ma è molto più difficile perché non riesco a vedere dove metto i piedi e perché la sensazione di andare verso il vuoto mi rende improvvisamente lento e impacciato. La presa delle mani si fa più incerta, gli appoggi per i piedi che prima erano proprio lì adesso sembrano essere spariti, e i rami non mi sembrano più così rassicuranti. E cado. C’è poco da fare, cado. Un piede mi scivola, la mano non tiene bene il nodo, un ramo sottile si spezza, e cado, con la schiena a terra, sull’ erba ai piedi dell’ albero. Non è che mi faccia tanto male, no, è solo che per quaranta  secondi mi manca completamente il fiato, l’ aria sembra non voler entrare nè uscire dai polmoni, il diaframma non vuole saperne di muoversi, e boccheggio nel tentativo inutile di respirare. Quaranta secondi che sembrano non finire più, inizio a vedere tutto bianco, mi sembra di affogare, e poi piano piano, quando credevo che non avrei respirato mai più, i polmoni tornano a gonfiarsi un pochino, entra una virgola di aria, poi ancora un poco, e finalmente riemergo a prendere grosse boccate d’ aria, le lacrime agli occhi per averli troppo sgranati.  

Respiro di nuovo. Sono vivo. All’ incirca come quando oggi mi hai telefonato.

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