Una primavera di quand’ ero piccolo, avrò avuto 7 anni, mia nonna chiamò una ditta edile per rifare il tetto della vecchia casa di famiglia. Finiti i lavori, tutto il materiale di risulta venne accatastato sul capannone in cui io e i miei cugini giocavamo. Una quantità di vecchie travi di legno furono per noi meravigliose costruzioni giganti con le quali costruimmo un fortino di almeno cinquanta metriquadri che rimase e rimarrà sempre nella storia dei nostri rifugi di quando eravamo piccoli. E poi eternit. Onduline di eternit a decine sistemate lungo i lati del capannone, quando ancora nessuno sapeva che l’ amianto faceva male. E quindi io ci ho giocato tutta la mia infanzia con l’ eternit, spaccandolo a pallonate, rompendolo per farci i pali delle porte per giocare a pallone, saltandoci sopra e riducendolo in bricioline per quel gusto dei bambini alla distruzione. Poco c’ è mancato che non lo mangiassi l’ eternit. Perciò, se e quando morirò, io morirò di un cancro ai polmoni, perché una fibra di amianto, volatite, mi è entrata nelle narici circa venticinque anni fa, si è installata nei miei polmoni, e adesso aspetta il tempo comico giusto per fare la sua comparsa e dire la battuta: “addio”.

Si dice che quando hai un cancro ai polmoni ti senti il petto vuoto eppure pesante, il respiro ci rimbomba dentro eppure fatichi a muoverti per via del peso che ti grava sullo sterno, e nell’ arco di un respiro – sensibilmente più lungo del normale - senti il cuore che rimbomba come in una stanza vuota. Io adesso mi sento precisamente così, come ho appena descritto, perciò preoccupato sono andato da un mio amico oncologo, uno bravo, che mi ha visitato accuratamente e con aria greve mi ha spiegato:

- Amico mio, la diagnosi è haimè piuttosto semplice: tu sei innamorato e lei ti manca. Mi dispiace ma non c’è cura.

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