Ogni volta che succede, il primo istinto è quello di cancellare tutto, azzerare la memoria, formattare il cervello. Il risultato è che butto via un sacco di roba stipata nei cassetti e negli armadi da anni, roba appartenente a periodi precedenti della mia vita, roba disomogenea, roba che normalmente la gente chiama “ricordi”. Questa volta è toccato alla mia camicia salmone scuro, che risale a circa quindici anni fa, e andava fissa sotto la giacca militare della DDR, quando avevo i capelli lunghi e i pantaloni un po’ scampanati. È toccato al giubbino di pelle, il chiodo, dove sulla schiena Serena (quando ero innamorato di Serena) m’ aveva scritto una di quelle frasi sognatrici con l’ uni-posca color argento. Il pantalone militare con le tasche di lato, di un bel verde, che era la mia seconda pelle delle gambe. Un paio di scarpe di stoffa che in principio erano rosse, e che il tempo, il sole e la lavatrice eavevano scolorito fino ad un rosa pallidissimo, ma io mi ostinavo a metterle.

Che sia chiaro, buttare via queste cose, “cancellare” i ricordi, non serve proprio a niente, ma almeno adesso ho un sacco di spazio nell’ armadio.

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