i feel like going to sleep soon every night so the next day comes faster untill you are here

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questo blog non serve più.

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E’ un affascinante casino dover ripensare tutta la propria letteratura amorosa in un’ altra lingua, i limiti sembrano insormontabili, tuttavia anni di sistematico ascolto della pop-music finalmente servono a qualcosa. Ringrazio il caso che m’ha fatto amare i Beatles e rimanere pressoché indifferente a De Andrè: grazie caso.

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Considerate le complicazioni cui andremmo in contro, t’ amerò per corrispondenza, come fece la zia Isabella che sposò uno di Potenza, visto per foto, conosciuto per interposta persona. Io ti vedrò solo per foto, mi sembrerai bellissima, e t’ amerò per quell’ ombra sul viso proiettata dalle fronde del mandarino in una giornata di sole, sotto il largo cappello di paglia rosso. Mi sorriderai per foto, io ti restituirò il sorriso, e ci ameremo così, a distanza, senza frapporre incomprensioni, senza dover piangere per le cose brutte della vita di coppia, un tradimento, la perdita di un figlio, una discussione che degenera. Saremo perfetti.

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Io, siamo in due: uno che continua a vivere, uno che continua a morire.
E se vivo, è per te che vivo. E se muoio, è per te che muoio.

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Dormo sette ore a notte. Al mattino non mi piace stare a letto fino a tardi, a poltrire, ho sempre l’ impressione, quando resto anche solo cinque minuti di più a letto, che mi sto perdendo qualcosa là fuori. E non ho mai dormito dopo pranzo, mi è sempre sembrato di sprecare il pomeriggio. Eppure ultimamente dormo di più, molto di più, mi sveglio tardi e vado a letto presto, passo pomeriggi sul divano e tutto questo perché devo occupare il mio tempo con qualcosa che non mi faccia pensare. 

Non è a te che non devo pensare. E neppure al fatto che non t’ho. Non sono i ricordi che devo scacciare, con quelli ho fatto pace. E neppure la voglia di parlare con te. E’ che certe volte la solitudine è proprio rumorosa, mi urla forte nelle orecchie, mi prende in giro, e l’ unico modo che ho per zittirla è dormire.

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Mi piace poggiare i piatti e le pentole sporche nel lavello a sinistra, aggiungere il detersivo e far andare l’ acqua, e nel frattempo sciacquare la moka dal caffè precedente, svuotarne il filtro soffiandoci dentro, togliere i residui di polvere di caffè dalla guarnizione, caricarla di nuovo, metterla sul fornello  e poi iniziare a lavare i piatti. Mi piace riuscire a finire i piatti in tempo per l’ uscita del caffè. Vuol dire che tutto quadra, che c’è equilibrio da qualche parte nel mondo, che il caos può riposare,  così che rinfrescato dall’ acqua fredda di quando risciacquo i piatti, alla fine posso bere il mio caffè caldo che profuma di buono.

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Tu sei una ragazza fortunata. E’ bene che tu prenda coscienza di questa cosa, sei fortunata. Perché quando un giorno fra qualche anno, un tardo pomeriggio d’ estate dopo che io e te avremo fatto all’ amore tutta la mattina davanti al ventilatore cromato, velocità due, e il pomeriggio ce ne staremo comodi sull’ amaca in giardino a prendere il fresco circondati dagli zampironi per non farci mangiare dalle zanzare, mentre l’ irrigatore annaffia il giardino e qualche schizzo ci colpisce ma non fa niente perché tanto fa caldo, quando quel tardo pomeriggio all’ improvviso scoppierà inaspettata la guerra e squadriglie di caccia inizieranno a volarci sulla testa mentre noi sotto sull’ amaca ci chiederemo “ma che sta succedendo”, e a un certo punto sentiremo i vicini che stavano davanti alla televisione che inizieranno a gridare che è scoppiata la guerra, e un poco impauriti inizieremo a scappare per paura che vengono i cattivi, giusto il tempo di metterci le scarpe, prendere il cellulare, i documenti, i soldi e uno zaino di cose da mangiare, tra cui molta frutta perché a casa c’è sempre un sacco di frutta, e dovremo scappare con la vespa perché c’è il pieno di benzina e poi è più agile della macchina anche se è un poco meno veloce, e inizieremo a scappare fino a quando arriveremo a un posto di blocco dei cattivi, che si vede dalla faccia che sono cattivi, e allora torneremo un poco indietro e ci infileremo in una stradina laterale di campagna, ma i cattivi ci vedono e ci inseguono, fino a che a un certo punto dovremo lasciare la vespa e proseguire a piedi perché la strada finisce e inizia la montagna e dovremo rifugiarci nei boschi pieni di spine per sfuggire ai cattivi, perché passare per i sentieri non se ne parla proprio, e i cattivi ci staranno quasi per prendere ma fortunatamente io li conosco un poco questi boschi perché ci vengo a raccogliere gli asparagi, e lo so che se corriamo veloci dove il bosco è più fitto che a un metro già non si vede chi ti sta davanti per via dei cespugli e dei rovi intricati e ogni tanto qualche grossa ginestra, alla fine io e te riusciremo a seminarli e a rifugiarci in un posto proprio difficile da raggiungere dove saremo salvi. Insomma quando tutto questo succederà, quando scoppierà la guerra e dovremo scappare veloci tra le spine e metterci in salvo, sarà una vera fortuna che tu hai i capelli corti, perché sennò si impiglierebbero continuamente nelle spine e i cattivi ci acchiapperebbero subito. Io per fortuna sono semicalvo e non faccio testo. E comunque come al solito a quel punto verrò colto dal dubbio di aver lasciato aperta l’ acqua dell’ irrigatore, ma  tanto non farà molta differenza, l’ importante è che siamo salvi.

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conversazioni impossibili #5

- Allora, aggiornami un pò su questa storia. Stai soffrendo?

- No, ho smesso. Ieri.

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Se io ti vedessi felice come quando, io probabilmente la smetterei. Se io affacciandomi nei tuoi occhi li trovassi di nuovo sereni, io mi dedicherei ad altro, per esempio al bricolage. Se io annusando l’ aria, sentissi che le cose s’ aggiustano, io sbaraccherei tutti i pensieri.

Ma invece mi sa che non è cambiato niente. E allora mi ostino come quando, perchè mi piace l’ idea di uno sguardo sereno e l’ aria che profuma di cose belle. E poi francamente il bricolage non mi da la stessa scossa al cuore.

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Quando nel marzo del 1831 Luigi Filippo di Francia fondò la Legione Straniera, non immaginò che stava offrendo l’ unica alternativa di vita a due categorie ben precise di uomini: i galeotti e i sofferenti d’ amore. Negli anni, molti uomini che erano stati traditi, rifutati, che avevano amato invano, non ricambiati, con il cuore stracciato, ridotto a brandelli, calpestato, si unirono a questo corpo militare, ottenendo di azzerare la propria identità, cambiando nome, tagliando completamente i ponti col passato, cancellando la vita che prima conducevano, le persone un tempo care, gli affetti, i legami. Nei registri conservati ad Aubagne in Povenza, sede del Comando Generale, si prende nota di tutte le motivazioni che spingono i legionari ad arruolarsi, e nei 179 anni di storia del corpo, mai si era letto di un uomo che si arruolò per sfuggire all’ inspiegabile paradosso, poichè lei non aveva il coraggio di dire che ancora continuava a provare qualcosa per lui, pur pensando che fosse sbagliato, lui forse convenendone.

Fino ad oggi.

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Se qualcuno me lo chiedesse, io gli risponderei che sto bene.  “Come stai?”. “Sto bene” gli direi. Proprio così gli direi. “Sto benissimo”.  Lascia stare l’ amore mal riuscito.  Lascia stare l’ inappetenza che tutto sommato ha i suoi lati positivi, o il fatto che mi pare di essermi svuotato della felicità. Lascia stare i maledetti ricordi che mi attaccano alle spalle quando meno me lo aspetto. Lascia stare la strana voglia di litigare,  o lo sguardo spento che si riflette negli occhi dei miei amici. Lascia stare pure i sovrumani silenzi e la profondissima quiete. 

Ecco, facciamo così, lascia stare.

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Il battente che colpisce la pelle tesa del tamburo, la tensione che ci vuole per tenere il ritmo di Batucada, la forza che occorre per arginare l’ energia del Samba nei confini precisi dei colpi ritmici, il braccio  che diventa caldo, i muscoli che si gonfiano. Ci vuole allenamento, e tendini flessibili. Ci vuole determinazione, e potassio. Ci vuole senso del ritmo, e calli alle mani. 

Quanto tutto questo assomigli al battere del cuore quando ama, che pulsa rabbioso e determinato. Quanto sembri celebrare il dolore e il senso di privazione, nella furia cieca dei colpi. Mi chiedo inutilmente qual’ è l’ impedimento che m’ ha impedito, quale la circostanza che m’ ha inibito, quale il motivo che m’ ha ostruito. Perchè diavolo io debba esserne privato.

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E io che mi pensavo che avrei potuto dimenticarla pensando ad altro. E io che mi immaginavo che ormai ero diventato bravo in queste cose. E io che mi figuravo un periodo breve di convalescenza con ritorno sintomatico dell’ appetito. E io che mi ritenevo oramai allenato, uomo compiuto, pronto a superare questo ostacolo foss’anco a capocciate nel muro. E io che presumevo di esser diventato cinico abbastanza da chiudere velocemente il discorso. E io che supponevo di poter trovare facilmente altri interessi, altri motivi di curiosità, altri oggetti di speculazione. E io che prevedevo futuri prossimi tutto sommato spensierati. E io che ipotizzavo un veloce ritorno a una vita normale. E io che stimavo, in ogni caso, di non metterci più di qualche giorno.

E invece mi sbagliavo.

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